di Alessandro Cisilin, Megachip - da Galatea
“Io sono uno splendido quarant'enne”, rivendicava Nanni Moretti nel suo Diario, protestando contro l'endemica depressione autoreferenziale degli odierni cineasti italiani di sinistra. Colpevoli di ridurre la linfa vitale di una gioventù che sognava un altro mondo in una sterile psicanalisi della propria disillusione. Non si ha niente da dire, ma anziché tacere e far parlare coloro che da dire ne hanno ancora e magari di più, ci si affretta a raccontare quel vano e narcisistico vuoto interiore. E, più o meno sottilmente, li si zittisce. Politicamente, culturalmente.
Magari il problema della memoria del maggio 1968 fosse Sarkozy, come in Italia lo è la Chiesa. Il capo dell'Eliseo lo aveva esplicitamente cancellato dalla storia francese sin da quando si candidava alla presidenza, ossia con un anno di anticipo rispetto al quarantennale. Ma la ridicolizzazione di quell'eredità non è merito suo, è un lavoro ai fianchi esercitato da generazioni di intellettuali, senza esclusione per i sessantottini.
“ Una generazione che ha vissuto la gioventù come un momento forte di trasgressione e ha poi faticato a invecchiare ”, ha detto in un'intervista a Libération Jacques Le Goff, spiegando: “ Bloccando l'immaginario sul passato, una parte di questa generazione ha saturato lo spazio pubblico delle immagini e della riflessione ”. Più pesante ancora “ la generazione successiva, gli ‘eredi impossibili', che non hanno conosciuto direttamente l'evento, hanno un'immagine mitizzata e si ergono a custodi del tempo ”. Il principe degli storici francesi ha naturalmente ragione, così come nel riconoscere al contempo che “ c'è il campo dei reazionari, dei revisionisti, che fanno del sessantotto il capro espiatorio di tutti i problemi odierni. Entrambe le tendenze hanno largamente strutturato quarant'anni di dibattito pubblico sulla base di un ricatto implicito: scegliete il vostro campo! ”
fonte:
megachip.com